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All’Albero Falcone per ricordare la strage di Capaci [23 maggio 2017]

L’appuntamento si è tenuto alle 10 di martedì 23 maggio, all’Albero Falcone ai giardini a lago in viale Trento, per ricordare le vittime della strage di Capaci di cui ricorre il 25esimo anniversario; nella strage, oltre ai magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, persero la vita i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

 

 

La morte del giudice Giovanni Falcone, segnò il punto più efferato della sfida della mafia allo Stato. Soprattutto fece capire agli italiani onesti, che la lotta alla mafia era una lotta mortale in cui non potevano essere i soli uomini delle istituzioni a combatterla. Il giudice Falcone capì quel fenomeno e considerò che, come tutte le cose umane, avrebbe avuto una fine. Temo abbia peccato di ottimismo. Nella sua lotta, peraltro  efficace, si espose molto. Ma anziché essere appoggiato,quando ebbe bisogno di legittimazione nel ruolo che meritava, fu lasciato solo. Le sue parole di denuncia a tale proposito, furono chiare e amare. Come furono ipocrite, molte commemorazioni di alcuni uomini delle istituzioni che lo avevano avversato in vita. Non credo esistano giudici o tutori dell’ordine con la vocazione all’eroismo. 

Penso invece  che esistono uomini che, come Falcone, hanno alto il senso dello Stato e con la loro capacità e onestà, combattono la guerra della legalità. Se questo disgraziato  paese coltivasse un vero convincimento di democrazia, la guerra alle mafie sarebbe una guerra di tutti. Una vera guerra di liberazione. Perché e’ a tutti noi che le mafie fanno la guerra minando il nostro diritto alla vita civile. Falcone prima, e Paolo Borsellino dopo, con i molti uomini e donne delle loro scorte, furono trucidati perché combattevano davvero la mafia. Il bravo ministro della giustizia Claudio Martelli, che appoggio’ Falcone, uso’ un eufemismo “non combatteva la mafia a viso aperto” per indicare coloro che, nelle zone grigie, lo facevano per finta. Uomini senza coraggio e infidi, che intralciavano il funzionamento  delle istituzioni, a volte sul filo dei cavilli giuridici. Sono sempre stati loro, la quinta colonna, su cui hanno potuto contare le mafie.

Oggi le mafie, nella loro evoluzione, arrivano a fare politica direttamente. Basti vedere i molti comuni sciolti per mafia. Nell’ultimo quarto di secolo i vari governi che si sono succeduti, anche a causa della grave crisi economica, non hanno messo al primo posto della loro agenda la lotta alle mafie. Le mafie non uccidono né in estate né in inverno  (Parafrasando il titoli del film di Pif ), per la semplice ragione che stanno facendo affari d’oro riciclando e inquinando l’economia. A combattere le mafie e la corruzione, sembra siano rimasti alcuni giudici , uomini delle forze dell’ordine più qualche giornalista, scrittore e sacerdote che, non a caso, girano sotto scorta. Se non fosse per loro dovremmo dire che il nostro non è un Paese per gente onesta.

Speriamo in una rinascita morale e civile. Realisticamente non sarà opera dei quarantenni oggi al potere, che si stanno rivelando inadeguati, ma piuttosto della generazione che seguirà.  

 Giovanni Tancredi ~ ex brigadiere di P.S.

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