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Racconto breve: “Una cartolina da Napoli” [racconto del Socio Giovanni TANCREDI]

Racconto breve

Una cartolina da Napoli.

Lo scorso autunno quattro coppie formate da partenopei, lombardi, elvetici e apuli, ha dato vita al “gruppo Napoli”, per programmare una vacanza nella capitale borbonica. Nel settecento, Napoli era considerata una delle più belle capitali europee. Per approfondire, suggerisco la lettura di due libri di Pino Aprile: “Terroni e Giù al Sud“. Aprile fa una revisione storica del Regno delle due Sicilie, tanto rivoluzionaria da mettere in discussione la storia d’Italia e anche la toponomastica delle nostre città, dove la storiografia ufficiale si perde nella faticosa ricerca dell’unita d’Italia. Torniamo al racconto, ispirandoci agli appunti che grandi intellettuali stranieri inaugurarono nell’ottocento con i viaggi in Italia. Mi ritrovo inserito nel gruppo Napoli da Angela e Mariella. Due sorella napoletane di nascita e temperamento, sradicate dalla loro città da un lungimirante padre (funzionario di dogana) per assicurare loro un roseo futuro in terra lombarda ed elvetica che, viste dal sud, sono tutt’uno. Un innesto di solarità mediterranea tra genti laboriose, ma un tantino malinconiche.

Avevo visto Napoli per la prima volta nel 1971, avevo ventidue anni, ed ero un giovane allievo sottufficiale di P.S.. Con la mia compagnia, fui inviato in servizio di ordine pubblico per l’inaugurazione della Fiat a Pomigliano. Per quell’evento arrivavano da Roma alcuni ministri in treno, e perciò fummo dislocati lungo tutta la linea ferroviaria. Non credo ci fosse un reale pericolo per loro, ma i nostri politici, hanno ereditato i privilegi feudali dal clero, la spocchia dalla dominazione spagnola e il populismo bonario dal Re borbone Franceschiello, soprannominato Re lazzarone, ancora rimpianto dai suoi sudditi. Fu in quell’occasione, che scoprii la Campania Felix, col suo vero significato: Campania fertile. Storici, poeti e studiosi latini, come il comasco Plinio il Vecchio, ci hanno lasciato testimonianze preziose di quella terra. Originario dell’arida Puglia, scoprii meravigliato la natura verde e rigogliosa dei coltivi campani, la terra ricca d’acqua come pochi altri posti in Italia. Famiglie contadine, come quelle da cui molti di noi poliziotti provenivamo, ci offrivano i loro prodotti con generosità e cortesia tutta meridionale, ma che in Campania si esprime con linguaggio, gestualità e teatralità divenuti ormai universali.

Anche per questo gli Italiani nel mondo si sentono un pò tutti napoletani. Potendo, metterebbero la pizza come stemma araldico nel tricolore. Un collega campano mi spiegò cosa fosse il caos napoletano. Il nostro automezzo con lampeggiante acceso e sirena spiegata si trovò bloccato in mezzo al traffico, affiancato da un carretto col polpo bollito; i conducenti accomunati dalla prima virtù filosofica partenopea: la pazienza. Per chi la perde si rimedia, ieri come oggi, con la sceneggiata. In piazza Plebiscito, allora non ancora pedonale, un cavallo mi soffiava sulla divisa. Riconobbi il cavaliere, era Peluso, un collega del corso Allievi Guardie di Vicenza. Con il suo metro e 72 (altezza minima allora richiesta) c’e l’aveva fatta per un “pelo” ad entrare nello squadrone a cavallo di Napoli. Gli chiesi chi lo avesse issato su quel baio e scoppiammo in una risata. Mi salutarono con affetto, lui e il suo cavallo. Nel 1976 in viaggio di nozze toccai ancora Napoli per un giorno. La prima volta non ero “morto” come voleva il detto, “vedi Napoli puoi muori”. Pur non considerandomi superstizioso, comprai un cornetto per scaramanzia e per aiutare quella piccola economia, con cui si sopravvive nei vicoli di Napoli.

Sulla costa Amalfitana e a Capri ci tuffammo nella cultura e nella gastronomia che da quelle parti si sposa. Tornando al viaggio di quest’anno, Angela, napoletana verace, viscerale e vulcanica, si era ripromessa di “svelarci” la città. Insieme avevamo visto il film “Napoli Velata” di Ferzan Opezetec che ci aveva lasciati un pò inquieti con il suo messaggio enigmatico. Angela e Mariella hanno avuto la capacità di farci conoscere la Napoli allegra della loro giovinezza, scorrazzandoci nei vicoli che, da Spaccanapoli si dipanano in mille direzioni. Senza di loro ci saremmo smarriti. Dal 17 marzo, giorno di partenza e per tre giorno si sono svolti a Napoli le prove del Diluvio universale. Senza scoraggiarci e muniti di ombrelli, abbiamo visitato il Chiostro di Santa Chiara, Cristo velato, Duomo, quartieri spagnoli, piazza Plebiscito, con lo storico bar Gambrinus, il lungomare Caracciolo dove il vento fortissimo ci ha fatto correre al riparo. Sotto i nostri occhi, una scena surreale: un anziano con una lunga barba filosofica seduto fuori di un bar sorseggiava un “caffè fatto con la caffettiera come vuole la tradizione”, ci ha spiegato. Siamo saliti a castel Sant’Elmo dove finalmente splendeva il sole che ci regalava una vista stupenda sul golfo e la città. Gli odori e i profumi della cucina napoletana, si incontrano nell’aria prima che in tavola. Nei vicoli i cibi da strada, le pizzerie i caffè e le pasticcerie, hanno sostituito i venditori di polpi e maccheroni. Una citazione la merita la pescheria Galliotta ai cui tavolini ci hanno servito il mare e una falanghina superba. Purtroppo tre giorni sono troppo pochi per capire la Napoli contemporanea, che il bravo sociologo Domenico De Masi spiega, quando può agli Italiani. Abbiamo trovato una città presidiatissima dalle forze dell’Ordine. Nel timore forse che la mancanza di lavoro spinga i napoletani a una “ rivoluzione del pane”. Sempre che si trovi un Masaniello che non si monti la testa. Anche per questo la raccomandazione a San Gennaro, rimane il primo pensiero dei napoletani quando si svegliano e l’ultimo prima di andare a dormire.

“SAN GENNARO PIENSCE TU”

Napoli idi di marzo 2018.

 

Giovanni Tancredi

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